Il 25 aprile non è una festa

Il 25 aprile non è una festa. Certo, si festeggia la liberazione. Ma, 80 anni dopo la data in cui il Comitato Nazionale di Liberazione dell’Alta Italia, che dirigeva la guerra partigiana, proclamò l’insurrezione generale contro la Repubblica Sociale Italiana, fascista (mentre Mussolini fuggiva codardamente cercando salvezza in Svizzera), e contro gli occupanti nazisti, ciò che è in ballo è ben più di una mera celebrazione.

Il 25 aprile, come data simbolo della Resistenza, è il fondamento della Repubblica così come la conosciamo. L’Italia democratica nasce nel piombo e nel sangue della lotta per liberarsi del nazifascismo, una lotta condotta da quelle grandi formazioni popolari – il Partito Comunista, il Partito Socialista, la Democrazia Cristiana – contro cui l’Italia dei governi liberali, monarchica ed elitaria, vent’anni prima aveva ingaggiato il fascismo venendo poi trascinata prima nel regime e poi nella guerra mondiale.

Ma la Resistenza non è solo dei tre grandi partiti che poi saranno il perno dei successivi governi repubblicani: è anche di formazioni laiche come il Partito d’Azione, di tanti liberali non compromessi e quindi perseguitati, dei repubblicani, finanche di tanti monarchici che si opposero alla consegna del Paese al potere nazista, di tantissimi e tantissime che, senza una storia politica alle spalle, si ribellarono all’orrore e nel momento del bisogno fecero la propria parte.

80 anni dopo, lo scenario è quello di un processo inverso a ciò che si vide in quei mesi e quegli anni: non la politicizzazione della cittadinanza, che decise di entrare da protagonista nel gioco politico, così creando un salto verso la democrazia, ma al contrario una crescente spoliticizzazione, in cui si aprono spazi per lo svuotamento – non formale ma sostanziale – dei processi democratici. Assistiamo allo scivolamento (che non è iniziato ora ma vede una pericolosa accelerazione) verso una dinamica per cui le istituzioni repubblicane non sono più i luoghi di composizione dei conflitti e di tutela delle minoranze, ma il braccio armato di chi detiene il potere esecutivo, per la costruzione di un’Italia non più antifascista, come la Costituzione prevede, con il protagonismo, non a caso, degli eredi di quella cultura politica che sì con la Resistenza era stata sconfitta. Con una retorica pericolosa: che l’antifascismo sia “comunista” o di sinistra, e comunque sia un qualcosa d’altri tempi, che non serve più.

Qui sta l’inganno: l’antifascismo è il fondamento della nostra Repubblica. Il fascismo è l’alternativa alla democrazia, incompatibile con essa. È vero che non c’è più il fascismo come lo si è conosciuto tra il 1922 e il 1945, con fez e manganello; ma le sue idee di fondo – il potere del più forte sul più debole, la xenofobia, il militarismo – si sono nascosti sul fondo delle nostre istituzioni e nel sottobosco del nostro Paese, pronti a riemergere, sotto forme diverse ma comunque pericolose, quando la capacità di vigilanza delle forze democratiche si è indebolita.

Per questo, anche 80 anni dopo, bisogna restare vigili e attenti. Ricordare il sangue che è costata la nostra democrazia, che non sarà eterna, se non viene difesa.

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