Juninatten, una perla dimenticata

Giugno, 1940, Kerstin è una giovane ragazza svedese di un paesino piccolo e in cui tutti si conoscono; è una ragazza come tante, attualmente ha per compagno un giovane marinaio di nome Nils.

Una sera si decide a lasciarlo ma lui le spara nonostante il suo intento iniziale fosse suicidarsi davanti a lei come prova estrema di amore nei suoi confronti.  

Il proiettile la colpisce sfiorandole il cuore, ma i giornali riportano che è salva, un’operazione miracolosa per l’epoca.

Kerstin è sola, spaventata e oppressa dal senso colpa, terrorizzata dal giudizio degli altri. Ormai è un caso di cronaca.

Durante il processo, come ne Lo straniero di Camus, il dibattito non verte sui fatti, ma sui costumi e presunta amoralità dell’imputata, che da vittima diventa carnefice.

I giornali cercano lo scoop sensazionale, ma il giovane giornalista che la fotografa in aula cambia improvvisamente prospettiva: la bellezza della ragazza lo colpisce a tal punto da modificare il titolo del suo articolo, in un più poetico Cigno Ferito. Kerstin diventa un’immagine, il dipinto di un tempo, di una bellezza che può essere colpevole inconsapevolmente. Stesso il direttore, dopo averne visto la foto rinuncia ai titoli moraleggianti e di condanna, così Kerstin, la vittima, rimane ingabbiata come un cigno ferito in una condanna detta e non detta. È la sua grazia meravigliosa a sostenere insieme, agli occhi dello spettatore, la sua colpevolezza e la sua innocenza.

In realtà, questa sua grazia ha ben altro ruolo, ma ci arriveremo con calma.

Infatti, stiamo parlando di “Juninatten” un film del 1940 che significa per l’appunto “Una Notte di Giugno”.

Una perla dimenticata di un regista di nome Perl August Lindberg.
Con questo film la Svezia omaggia la sua più grande artista del cinema prima del suo addio per approdare ad Hollywood.

Un film che ruota attorno all’amore e alla femminilità.

Kerstin fugge dal suo paese natale e si trasferisce a Stoccolma sotto il nome di Sara Nordana.

Costretta a cambiare stile di vita, reprime il desiderio di libertà e avventura che la rende così speciale: il suo cuore malato non può più reggere emozioni forti. 

Cosicché anche dal film sembra giunta la condanna moralista: è privata dell’amore, punita per il suo passato. 

A Stoccolma, stringe amicizia con un gruppo di ragazze, legate inconsapevolmente al suo passato e al suo futuro.  

Ognuna di loro, per preservare la propria dignità agli occhi della società, rinuncia all’amore e alla libertà di un bacio, sperando solo nel matrimonio. Le sue amiche, ignare della sua identità, le confessano di odiare il misterioso “cigno ferito”, la cui fama influisce sui loro fidanzati, sui loro desideri. 

Ma il “cigno ferito” rimane sempre distante, alimentando il desiderio e il mistero. 

Le inquadrature rendono bene questa distanza e inafferrabilità.

La pellicola riesce a parlarci dell’ingiustizia profonda, della gabbia umana del bene fatto come necessità e non come bisogno, una sorta di “arancia meccanica” ante litteram.

Infatti, tra Kerstin e le sue nuove amiche nasce un affetto sincero, ma resta una barriera: possono comunicare con lei solo dietro la maschera di Sara.  

Lo spettatore percepisce l’ingiustizia della situazione: Kerstin è benvoluta solo perché si è adeguata, rinunciando alla sua esistenza. Ci si potrebbe chiedere, infatti, se Kerstin non stia rinunciando alla sua essenza più che altro, la risposta, a nostro avviso, è questa: se l’essenza è l’insieme di tutti quei fattori storici che rendono Kerstin “ciò che è” allora lei non nega affatto la sua essenza quando si nega il brivido del desiderio, quando costruisce le sue nuove amicizie, la sua nuova vita.

Se, invece, l’esistenza è un fatto ovvero quel passaggio tra l’abisso del niente e il qualcosa, allora l’esistenza viene prima dell’essenza; e nell’adeguarsi senza sé e senza ma Kerstin rinuncia a quel “niente” che la separa dalla sua libertà.

Non può essere come le altre e la sua solitudine la costringe a convivere col fantasma del suo passato, può dire ciò che è stata, e si forza a diventare ciò che crede di essere, ecco dove lo spettatore percepisce davvero la sua ingiustizia.

Con un’abile sceneggiatura e una regia attenta, Lindberg evidenzia la sua alienante solitudine: se la sua vera identità venisse rivelata, tornerebbe a essere solo la ragazza di cui tutti sospettano.

Il film non ha un finale netto: la stessa protagonista non è pienamente artefice del proprio destino, ma viene trascinata dagli eventi.

Lindberg costruisce personaggi femminili di grande spessore, l’elemento fondamentale che le caratterizza è la loro forte umanità, sensibili e allo stesso tempo spietate, segretamente assetate di libertà e intrappolate di convenzione, tra queste Kerstin si presenta come personaggio di sintesi, in grado di radicalizzare e meglio rappresentare proprio questo loro modo di essere estremamente umano.

È ovvio che, come in ogni film, sono i personaggi ad essere messi in scena.

Ma la scenografia, spesso statica, lascia che i personaggi brillino come stelle nello spazio, così succede che stesso gli attori e le attrici si mettono in scena a vicenda, ricostruendosi attraverso relazioni complicate e smozzicate, lasciando allo spettatore una tensione legata al sentimento verso i protagonisti. Questa struttura estremamente complessa da tenere su dipende strettamente dal rapporto attrice-regista.

Quando un regista sa di poter lasciare che sia la cinepresa a dipingere il suo personaggio, l’attore diventa sostanzialmente il “pilota” della scena, divenendo il vero motore della “macchina”.
Di solito sui set gli attori e le attrici sono guidati da segnali posti sul pavimento, in casi come quelli di “Juninatten” si ha la forte sensazione che sia la cinepresa a seguire la sua stella polare.

La Bergman offre infatti un preludio di ciò che la porterà in brevissimo tempo a scalare l’olimpo delle grandi attrici Hollywoodiane.

Rispetto alla recitazione statica della “diva” classica, ovvero l’archetipo della “femme fatale” che guarda in macchina e ammicca con capacità senza troppo movimento, la Bergman usa la propria fisicità, l’espressione e il movimento per costruire attivamente l’attenzione dello spettatore. Una dinamicità rivoluzionaria per la recitazione femminile del tempo

Un attento osservatore, con un po’ di passione per la storia potrebbe vedere in questo il culmine di un processo iniziato con un’altra grande attrice: Katherine Hepburn. Ma questa è un’altra storia.

Eppure, la complessità dei personaggi dà spessore anche alla trama, rendendo alcune scene angoscianti, altre cariche di suspense, altre ancora sorprendentemente liberatorie.

Per creare da una trama semplice tale varietà serve un elemento fondamentale di cui abbiamo parlato all’inizio: la grazia.

La stessa grazia che sembrava aver imprigionato Kerstin, ma la realtà è che quella grazia non è la “carceriera” ma un puro rilevatore degli schemi settari e a volte ottusi degli umani che spesso rifiutano la loro stessa umanità. Quella grazia non imprigiona Kerstin, ma ci mostra come gli umani la ingabbiano, ci mostra l’ingiustizia che si nasconde anche in una storia che si sta evolvendo apparentemente bene.

La grazia è infatti rivelatrice del mondo nella sua interezza, cruda e magari ambigua, ma essa funge da luce. Non ha un potere trasformativo della realtà, ma ha la lucida capacità di cogliere la realtà da scene semplici come una donna che dorme o un flauto suonato dalla finestra.

Forse perché l’umano con lo sguardo definisce contorni e sfumature e, nel cercare la grazia, non può non scontornarla da ciò che ha attorno, anche se questa fosse la più insopportabile delle realtà.

La scelta finale non è scontata come si crede. Tra una via più comoda e una più rischiosa, entrambe presentano contraddizioni.

Il finale non stabilisce ciò che è giusto o sbagliato, ma lascia emergere i personaggi scolpiti sia dal contesto storico, sia dalle loro aspirazioni.

In definitiva, Juninatten è una rivelazione: un film coraggioso e modernissimo, che non cerca di definire il bene e il male, ma esplora il desiderio di felicità della sua protagonista.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner