Il mondo chiuso e nostalgico di “Miséricorde”

Nei boschi, cercando tra i paesini di montagna, è facile scoprire mondi interi popolati da pochissime persone, maschere che sembrano essere lì come ornamento di un presepe.

La sensazione è quella di un mondo chiuso e nostalgico, come visto da una vetrina.

È questa la realtà fantastica di “Miséricorde” (rinominato “L’uomo nel bosco” nell’edizione italiana), film del 2024 del regista Alain Guiraudie, nato nello stesso dipartimento francese in cui è ambientato il film: l’Aveyron. Il paesino in questione ha poco più di duecento abitanti ed è il nido più caldo e accogliente che un regista del peccato e dell’osceno come Guiraudie possa trovare.
Il film racconta una storia semplice.
Un ragazzo di nome Jérémie, nativo di uno sperduto villaggio, torna per il funerale del fornaio del paese, la cui attività è in mano al figlio Vincent. In passato è stato garzone del fornaio, amico del figlio durante il liceo, inoltre è molto legato alla madre di Vincent, insomma, un amico di famiglia che ritorna per una spiacevole occasione.
Eppure, il film si trasforma presto in un mix di silenzi e imbarazzi. Infatti, Vincent crede che Jérémie voglia sfruttare la solitudine della madre Martine per portarla a letto e, tra i due vecchi amici, nasce un’improvvisa competizione; Tutto sembra partire da Vincent nella maniera più assurda e fa nascere nella mente di Jérémie un desiderio di sostituzione: ormai Jérémie è un ragazzo di città, senza futuro e lavoro, solo. Vincent, invece, ha un lavoro, una moglie, un figlio e la mamma;
Lo scontro tra i due si sviluppa per la prima mezz’ora in toni apparentemente giocosi, quasi infantili e con pochissime parole per chiarirsi. Tutto finché la rotta non cambia completamente, decretando un vincitore dello scontro, ed il bisogno di mantenere saldo il proprio nuovo trono.
Dall’apparente tracciato familiare di una normale pellicola sulla famiglia, l’amicizia o il passato,
il film assume i toni di una commedia, tinta di un nero sporco, una vera “noir-comedy”.

Il noir sta nella solitudine dei paesaggi, nella scarsezza dei personaggi, sono pochi gli abitanti che il regista ci lascia conoscere, giusto quattro o cinque, di cui alcuni senza nome peraltro. Se intorno a te c’è poca gente, ci sono pochi posti dove puoi seppellire la tua colpa, sei nudo (spesso letteralmente durante il film) dinanzi a tutti. Il regista crea subito questo senso di surreale, di allontanamento dal mondo, di osceno che invade continuamente la scena. La scena è serva, e la regia non si preoccupa mai di abbellire: i titoli di inizio sono pochi minuti di riprese a bordo di un’auto.
Non si vede nessuno, solo la strada, il paesaggio deserto, con alberi o prati; si ha subito un senso di allontanamento dalla realtà, la città non la vediamo mai, se non come luci in lontananza, solo in una scena. Il regista vuole portarci nel paesino di Jérémie e vuole renderci a tutti gli effetti abitanti del villaggio.

La commedia invece si nasconde nei toni farseschi dei dialoghi, dai personaggi caricaturali sia nei tratti che nelle relazioni; la telecamera è spesso fissa, lascia intravedere bene tutto quel che succede, sono pochi i casi in cui si restringe, solo i picchi di tensione.
L’escamotage della “telecamera fissa” permette allo spettatore di vedere la storia rimanendone fuori entro certi limiti. Ogni volta che due personaggi si parlano sembra tutto sospeso, come se qualcosa non funzionasse, la sensazione costante è che i personaggi non si stiano dicendo tutto. Ma il regista ci lascia conoscere effettivamente solo quello che Jérémie non dice agli altri, portandoci ad empatizzare con i suoi silenzi.
Il film sfrutta dunque l’immagine come mezzo materiale per sostituire il linguaggio. Pratica che, quando ben fatta, rende il film molto più godibile.
Lasciandoci intendere ciò che non dice, creando, nonostante la “telecamera fissa”, un certo senso di legame tra noi ed il protagonista, noi possiamo riempire i silenzi, o quantomeno dargli un senso, ma gli altri personaggi?

Gli altri per noi sono incognite, i loro dialoghi smozzicati si riflettono su di noi senza alcun bisogno di essere spiegati, sono silenzi goffi, suscitano una risata, o almeno un’ironia; sono parte dell’elemento commedia. È interessante che il corpo sia spesso il centro della scena, ogni personaggio più o meno centrale ha almeno una scena in cui viene privato di qualche vestito.

Il film scorre piacevole, le inquadrature non vogliono essere chissà quanto architettate, le idee del regista non invadono la scena che sembra nascere da sola; ci pensa il surreale ambiente del film a ricordarci che, per l’appunto, è un film.

Jérémie vuole tornare alla madre (sia letteralmente che metaforicamente) e passa attraverso tutti gli stadi necessari che attraversa un bambino per imparare la coscienza di sé e del proprio desiderio. Inizialmente Jérémie nega il proprio desiderio, lo nega a Vincent e anche a sé, il primo stadio è quindi la non-coscienza né di sé, né dell’esterno a sé, e poi ecco che entra in gioco il desiderio, improvviso. Il secondo stadio è tutto qui, il desiderio ti mostra che qualcosa ti manca, improvvisamente Jérémie è consapevole di quanto è solo, ma non lui in quanto soggetto, ma di quante cose non ha rispetto a Vincent. È l’esterno che genera il desiderio a Jérémie, e dunque la prima coscienza è quella dell’esterno a sé; poi ecco l’avversario principale Vincent, il desiderio è limitato dall’esterno, ma non un esterno qualunque, un esterno cosciente. Costringendo Jérémie a prendere coscienza di sé, del proprio desidero, che si trasforma subito in peccato.

Tra ironia e dramma si annida il concetto fondamentale: oscenità.
Ma questa parola va intesa proprio come un voler portare in scena qualcosa che solitamente ne sta fuori, o comunque mai in primo piano. Il finale è poi molto intenso, suscitando un misto di ironia e disgusto che lo rende totalmente amorale, ma umano, troppo umano.

Fa paura proprio perché nella sua umanità ci commuove è scandaloso, “osceno” ma umano.
Parlando di ritmo, il film è lento nei primi trenta minuti, usando ogni scena e dialogo per creare l’atmosfera che contraddistingue la seconda metà della pellicola. Questo compito, difficile, è ben riuscito in quanto la fotografia e il montaggio danno un ritmo che la trama di per sé non ha sin da subito (essendo il primo stadio la formulazione del desiderio). Poi il ritmo diventa surreale e il film sfugge rapido tra le dita dello spettatore.

In conclusione: le inquadrature sono pulite, senza troppe pretese. Il senso che lo spettatore riceve è quello di un segreto, custodito gelosamente da tutti i personaggi che sanno tutto. È come se tutti i personaggi in realtà sapessero tutto, in quel mondo presepiale si potrebbe quasi credere che abbiano ripercorso mille volte la stessa storia. Ricco di spunti filosofici, lascia con un sorriso dolce, ma non amaro, piuttosto… inquietato.


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