Come le festività possono diventare plant-based

La settimana di Pasqua racchiude, al di là della dimensione strettamente religiosa – per chi la vive -, occasioni di convivialità, ritualità, condivisione, così come tutte le festività sia religiose che civili. Tradizionalmente, forse più del Natale, Pasqua porta con sé nei momenti di festività collettiva un consumo di carne piuttosto elevato. La carne è in generale ancora fortemente rappresentativa dei riti collettivi italiani; è un alimento che storicamente incarnava un bene costoso, non accessibile alle classi popolari se non in occasioni speciali. In passato infatti, avere la carne a tavola era rappresentativo di momenti di feste e celebrazioni. Tale valore simbolico è, probabilmente inconsciamente, rimasto vivo nella tradizione italiana.

A Pasqua l’agnello la fa da protagonista, con una spesa complessiva che si aggira attorno ai 4,5 milioni di chili, pari al 40% del consumo annuo di carne ovina in Italia (CIA-Agricoltori Italiani, 2023). Codacons nel 2023 faceva riferimento a 4500 tonnellate di agnello consumate soltanto in occasione delle festività pasquali: un numero che equivale a circa trecentomila agnelli.

E allora l’agnello, simbolo di purezza, innocenza e sacrificio nella rappresentazione cristiana, continua ad essere massicciamente presente sulle tavole degli italiani, con un trend che per il momento non sembra destinato a decrescere. Pasquetta, il lunedì dell’Angelo, è l’appendice di questo ultra-consumo: la “gita fuori porta” è ancora un mito della mobilità di massa e la grigliata di carne è rimasta un rito collettivo dai connotati quasi tribali.

Ma, cosa c’è che non va in tutto questo?

Non va perché la carne e la sua produzione sono una delle principali cause delle emissioni di gas serra. Secondo la FAO gli allevamenti sono responsabili di circa il 14,5% delle emissioni globali di gas serra, paragonabili alle emissioni di tutti i trasporti a livello globale messi assieme.

Non va perché la carne rossa è stata inserita dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) tra gli alimenti probabilmente cancerogeni per l’essere umano, e le carni processate tra gli alimenti cancerogeni certi.

Non va perché, data la domanda così elevata, la maggior parte della carne proviene da allevamenti intensivi, strutture che stipano animali in condizioni miserabili. Secondo il WWF in Italia l’85% dei polli ed oltre il 95% dei suini vengono allevati in maniera intensiva, e quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo libero.

Non va perché, per nutrire un numero così alto di animali allevati intensivamente, vi è necessità di un’enorme quantità di mangime; per produrre questo mangime sono necessarie aree di coltivazione sempre più ampie, le quali vengono disboscate e deforestate. Il risultato è l’impoverimento del suolo, la perdita di habitat naturali e di biodiversità.

Si intrecciano dunque motivazioni legate all’ambiente, alla salute, al clima, all’etica per cui sarebbe urgente e necessario, se non eliminare, quantomeno ridurre il consumo di carne.

Tra gli italianə, seppure è in crescita la consapevolezza relativa agli effetti della carne su salute ed ambiente, vi è una resistenza alla riduzione e all’eliminazione di essa dalla dieta. Alla base vi sono sicuramente motivazioni culturali: la carne, come affermato precedentemente, racchiude un valore simbolico legato alla ritualità collettiva. Essa fa, inoltre, da protagonista in una serie di ricette dell’identità culinaria italiana (ragù, carbonara, bistecca alla fiorentina, arrosticini eccetera) alla quale la popolazione è visceralmente legata. Nell’immaginario collettivo la carne è inoltre concepita come unico alimento realmente proteico, simbolo di forza, potenza, energia. Questo probabilmente perché non si conoscono le possibili alternative o, comunque, esse non vengono considerate sufficientemente sazianti, nutrienti, appaganti.

Forse, oltre ad azioni di sensibilizzazioni sul tema, sarebbe necessario mostrare le infinite possibilità che la cucina vegetale offre, permettendo di sperimentare e combinare alimenti nuovi, diversi. Talvolta, nel concepire sempre la carne come prima scelta, non si è in grado di tenere conto della varietà e versatilità dell’alimentazione vegetale. Risulta importante sottolineare che “vegetale” non è per forza sinonimo di “vegano”: esiste la possibilità di ridurre, semplicemente, il consumo pro-capite di carne, prediligendo un’alimentazione veg ma senza eliminare del tutto i prodotti di origine animale. Questa dieta è denominata plant-based, “a base vegetale”, che appunto presuppone un consumo solo occasionale di carne e derivati preferendo alimenti di origine vegetale. Anche soltanto una scelta di questo tipo gioverebbe al Pianeta: secondo uno studio dell’Università di Oxford del 2019, una dieta a base vegetale ridurrebbe rispettivamente del 73% e del 76% le emissioni pro-capite e il consumo di suolo destinato agli allevamenti.

Le tradizioni, le festività, i riti sono necessari ed imprescindibili alla natura sociale dell’essere umano: questi, però, possono mantenere i loro connotati anche sostituendo o integrando le canoniche braciate di carne con alternative vegetali. È una possibilità aperta, sperimentale, inclusiva, che accontenta tuttə, che fa bene alla salute, agli animali e al Pianeta.

foto in copertina: https://www.thehealthyhomeeconomist.com/plant-based-diets-cannot-maintain-health/

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