Ogni azione politica, direbbe un esperto, si articola in più fasi, ognuna con un fine, uno scopo verso cui tendere. La politica stessa, per sua natura, si rivela come scelta, e la scelta è tale in quanto ha uno scopo; altre volte, invece, quando la politica smette di essere tale si scopre una sottobranca particolare: il galleggiamento. Questo può essere definito come un “politico che si veste di azione politica”; egli non è più interprete, rappresentante di un valore e di un’ideale: egli è il suo stesso scopo.
“Meglio tirare a campare che tirare le cuoia” è l’intimo motto del galleggiamento.
Quello a cui abbiamo assistito in questa settimana, sotto la lente politica, rappresenta uno dei casi più eclatanti di tale fattispecie, una sintesi confusa di sfacciataggine, bluff e sopravvivenza, ad opera dell’imperatore della Casa Bianca Donald J. Trump, re indiscusso del caos.
Ogni capolavoro storico però va messo olio su tela, possibilmente in un quadro, anzi in questo caso servirebbe una piccola galleria da veri collezionisti. Così proviamo a ridipingere queste ore calde, arrivandoci con calma, prima di capire la natura di queste azioni confuse.
Il quadro prima della tempesta
Nelle ore che hanno preceduto l’attacco notturno di Trump contro Papa Leone XIV, i mercati finanziari stavano vivendo una fase di cauto ottimismo. Secondo siti come “Bitget” e “MarketScreener Italia”, Wall Street aveva appena archiviato una seduta positiva, con l’S&P 500 (un noto indice azionario statunitense fondato nel 1957) in rialzo di oltre l’1%, il che voleva dire cominciare a recuperare le perdite accumulate dall’inizio del conflitto in Medio Oriente. A trainare i listini era stata proprio una dichiarazione di Trump, che aveva annunciato come l’Iran avesse contattato gli Stati Uniti per “fare un accordo molto in fretta”. La promessa di una de-escalation aveva spinto al rialzo i futures sugli indici americani e fatto scendere i rendimenti dei Treasury decennali al 4,30%, il livello più basso in quasi tre settimane; questo è un dato estremamente interessante, siccome i Treasury sono obbligazioni a medio-lungo termine emesse dal governo federale degli USA per finanziare il proprio debito, considerati tra gli investimenti più sicuri al mondo. Questo mostra gli effetti della volatilità Trumpiana: in una crisi classica, gli investitori vendono asset rischiosi (come le azioni) e comprano Treasury, facendone salire il prezzo e scendere il rendimento. Con Trump, questo meccanismo si è inceppato in modo clamoroso.
Un esempio eclatante si è verificato il 7 aprile 2026, quando i rendimenti dei Treasury a 10 anni sono saliti di oltre 20 punti base in un solo giorno, con un picco di quasi 50 punti base in una settimana: la volatilità più alta dal 2001.
La ragione è facile: l’imprevedibilità delle politiche di Trump (dai dazi punitivi agli alleati alle minacce alla Federal Reserve) ha reso gli stessi asset americani meno affidabili. La “guerra dei capitali” è diventata realtà: gli investitori globali hanno iniziato a vendere i titoli di Stato USA proprio nei momenti di massimo stress.
L’innesco: il tweet delle 3:12
È in questo contesto di fragile tregua che, nella notte tra domenica 13 e lunedì 14 aprile, alle ore 3:12 italiane, Trump pubblica su Truth Social il post che definirà il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera”. Un attacco che, come ha osservato il sito di analisi finanziaria Bitget, è stato inizialmente interpretato dai mercati come “rumore politico già prezzato a zero”.
Per comprendere l’eco dello scontro tra Donald Trump e Papa Leone XIV, bisogna tornare alla sera di sabato 12 aprile 2026. Nella Basilica di San Pietro, il Pontefice presiede una veglia di preghiera per la pace. Le sue parole sono un j’accuse neppure troppo velato: condanna la condotta bellica americana e definisce “davvero inaccettabili” le minacce di Trump di annientare la civiltà iraniana.
Di fatto una critica marcata all’imperialismo americano, una maschera caduta alla Casa Bianca a causa della continua distrazione “mediatica” di Trump.
Infatti, come detto, la replica di Trump non si fa attendere.
Ma è la mossa successiva a segnare una rottura definitiva del galateo diplomatico. Poche ore dopo i post-critici, Trump pubblica un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo raffigura come un moderno Messia. L’iconografia è inequivocabile: luce divina, tunica bianca, mantello rosso e l’imposizione delle mani su un malato.
La reazione è immediata e trasversale. La stessa Marjorie Taylor Greene, ex fedelissima del presidente, parla di “blasfemia” e “spirito dell’Anticristo”. Voci conservatrici come Megan Basham lo definiscono un atto “oltraggioso”. Persino il presidente iraniano Masoud Pezeshkian interviene, parlando di una “profanazione inaccettabile”.
La pressione si fa insostenibile. In meno di 24 ore, l’immagine scompare da Truth Social. Nella sua difesa, Trump cade nel grottesco: “Pensavo di essere ritratto come un medico della Croce Rossa”. Il vicepresidente J.D. Vance prova a smorzare definendolo “uno scherzo”, ma il danno è fatto: il presidente ha attaccato il Papa e si è raffigurato come Cristo. Il gioco del galleggiamento trova un corto circuito, sembra difficile cercare in Trump un vero programma politico destinato al suo paese. Ogni mossa confusa e grossolana lo rende invece maggiormente vulnerabile, sembra quasi che il presidente non abbia concepito il proprio ruolo istituzionale e voglia incollare tra loro la sua retorica violenta e quella diplomatica.
Provare lo scacco matto, mentire sistematicamente, anestetizzare: potrebbero essere queste le fasi dei vari scivoloni mediatici di Trump. Tentare il colpo grosso costringe alla critica, allo scisma, poi il potere si rimette la maschera, dietro ogni follia qualche “yesman”, Trump conta i propri, magari sempre meno, ma ci sono sempre. Il suo gioco di potere è semplice, abituarci alla follia, costruire l’assurdità e poi mentire spudoratamente abituandoci che “tanto è così”. Ci sarà un Vance a dire “che era uno scherzo” dopo una frase allucinata come “pensavo di essere un medico”. Il risultato finale è questo: non è cambiato molto nella nostra vita isolata, ma ci siamo abituati ad un’altra follia, un po’ ridendo perché altrimenti dovremmo piangere. Così Trump anestetizza piano piano.
Questo processo è reiterabile, fino a che non diventa metodo, fino a che con la forzatura del tempo, diventa anch’esso politica.
Ecco cosa ha di peculiare (e pericoloso) il galleggiamento di Trump: sta diventando lentamente politica.
Questo tipo di follia, di abuso giustificato dal potere solo in quanto potere, fatto di “yesman” e risate fuori posto, non ha bisogno di maggioranza.
In vista delle “mid-term” è sicuramente uno svantaggio se la si guarda da democratici, ma dal punto di vista squadrista? Dei fedelissimi? Certo, alcuni verranno meno, ma quelli che sono rimasti? Quelli rimasti sono passati per un “allenamento” che non dobbiamo sottovalutare. In tempi come questi, analisi del genere vanno fatte. Abbiamo già visto in che modo Trump stava usando la “polizia” ICE. Non saranno scomparsi dalle strade un po’ troppo rapidamente per essere davvero una minaccia passata?
Troppo presto per dare risposte, ma non per farsi domande, dinanzi a meccanismi che magari, come le deviazioni del capitalismo, si avviano da soli e per caso, anche per “follia” magari, ma che alla fine portano a risultati precisi e spaventosi.
Il grande Capitale si è fatto Re, ma c’era un problema: per farsi Re di una democrazia bisogna superare l’ultimo, grosso, ostacolo.
Il Bel Paese con un sorso di vino prova a temporeggiare:
All’alba del 14 aprile, sia Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani erano già a conoscenza degli attacchi di Trump. Invece di una condanna immediata, la strategia iniziale fu quella di temporeggiare, sperando che la crisi si sgonfiasse da sola.
Ore 9:41: Palazzo Chigi diffonde una nota ufficiale di auguri per il viaggio apostolico del Papa in Africa. È un testo cerimoniale in cui non compare alcun riferimento, nemmeno indiretto, agli insulti di Trump. L’intenzione era chiara: evitare lo scontro frontale e “galleggiare” in attesa di eventi migliori.
Il Papa però non ci sta
La strategia attendista fallisce rapidamente. Il Papa, atterrando ad Algeri, decide di replicare con inusuale fermezza, dichiarando di non temere Trump. A questo punto, il silenzio del governo italiano diventa politicamente insostenibile, con le opposizioni che iniziano a incalzare duramente. Meloni è costretta a scegliere.
Intorno alle 18:00: La premier rompe gli indugi e pubblica una dichiarazione netta: “Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre”.
Poco dopo, ribadisce il concetto, spiegando che “quando si è amici e si hanno alleati, bisogna anche avere il coraggio di dire quando non si è d’accordo”. Insomma, come amici al bar su questo o quel giocatore da vendere in estate.
Meloni scatena l’ira del presidente americano. In un’intervista al Corriere della Sera, Trump contrattacca frontalmente: “È lei che è inaccettabile. Sono scioccato da Meloni. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo”.
La risposta della premier non si limita alle parole. Il giorno successivo, il 15 aprile, compie un gesto concreto per marcare la sua distanza politica: Meloni annuncia la decisione del governo di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele (il memorandum del 2016).
Un gesto simbolico ma chiaro: Sebbene fonti israeliane minimizzino la portata pratica dell’accordo, la decisione rappresenta una netta presa di distanza politica non solo da Trump, ma anche dall’altro alleato chiave nel conflitto in corso, Benjamin Netanyahu.
In sintesi, Meloni ha provato a evitare la crisi, vi è stata trascinata dentro, e una volta compiuta la scelta di difendere il Papa, ha trasformato quella scelta in un’azione politica concreta, abbandonando definitivamente il ruolo di “ponte” e dimostrando, a modo suo, proprio quel “coraggio” che Trump le aveva negato.
Le opposizioni prendono parola, tra chi cavalca il mancato ponte “Trump-Meloni” con un satirico “c’eravamo tanto amati” e chi invece evidenzia la gravità della situazione. Conte con un “prevedibile” attacca Meloni, Renzi poco dopo commenta “scaricata dal suo stesso guru”, Schlein segue invece una linea di solidarietà alla Presidente del Consiglio.
Che con quelle parole Trump abbia provato l’ennesimo gesto di forza per chiedere implicitamente agli italiani di obbedire non si può negare. Motivo per cui è bene che l’Italia si mostri distante, anche se con grande ritardo, dalle follie del primo dei nuovi Imperatori.
Del resto, proprio in questi giorni l’Europa dovrà rispondere ai cittadini sulla richiesta di sospendere gli accordi di associazione con Israele (raccolta firma “Justice for Palestine”).
A spingerla è stata la stessa base di quelle barche che si mossero verso Gaza, per mostrare al mondo cosa stava diventando. Allora, alla nostra mente ritornano tutti i Gazawi vittime del genocidio israeliano, del supporto statunitense, dell’incapacità della politica UE di prendere posizione sul tema, di opporsi. Siamo di fatto, complici indifferenti di una pagina terrificante in questo secolo; nel momento in cui ci viene da pensare “meglio tardi che mai” sulle ultime uscite della Meloni è bene non dimenticare e analizzare questo tempo senza accontentarci, perché se Trump prova ad anestetizzare, noi non abbiamo solo il dovere morale di resistere, ma anche di riconquistare la politica di cui siamo stati privati, fatta di umanità e rivoluzioni: non accontentiamoci. Sotto nessun re, nessun ministro, nessuna scusa ritardataria.
di Dionigi Zizza Cutolo