l’Iniziativa dei Cittadini Europei contro gli accordi UE-Israele: una petizione
Un contatore che scorre rapido, sul suo schermo si legge distintamente: 1.067.278.
Rappresenta il numero di firme che si sono raggiunte per l’Iniziativa di Cittadini Europei (ECI) che chiede la sospensione totale dell’accordo di associazione tra l’Unione Europea e lo Stato di Israele.
Superato di slancio il numero minimo necessario per rendere valida l’iniziativa dei cittadini, è necessario superare anche la soglia minima di firme per almeno sette paesi degli stati membri dell’Unione Europea.
L’obiettivo della petizione è semplice: lo stato israeliano, secondo la Commissione Europea è responsabile di una strage senza precedenti di ferimenti civili e uccisioni. Responsabile, inoltre, dello sfollamento della popolazione e della distruzione sistematica di ospedali e strutture per garantire supporti umanitari a Gaza. Il blocco agli aiuti umanitari per i gazawi rappresenta in tutto e per tutto un aberrante uso della fame come arma di guerra.
A questo scopo è necessario che l’UE interrompa gli accordi di associazione con Israele, che sono alla base della loro cooperazione commerciale, economica e politica. Nel 1995, infatti, l’UE ha stipulato con lo stato di Israele un patto che mirava ad essere in grado di sviluppare e aumentare gli scambi e le relazioni commerciali, in un quadro politico ben delineato, promuovendo dunque interscambi culturali volti allo sviluppo scientifico, tecnologico e culturale.
Proprio a causa di questi legami e degli obiettivi iniziali, l’Europa non può restare a guardare; criticare Trump lascia brillare le nefandezze del primo ministro Israeliano non di luce propria ma come di luce riflessa della pazzia del nuovo imperatore della Casa Bianca. L’Europa non può più sottovalutare la natura sistematica e violenta dei comportamenti dello Stato di Israele, inquadrando i recenti risvolti politici internazionali in una piena e cosciente cooperazione tra il presidente Americano e il suo omologo israeliano.
La pena di morte su base etnica
Sono di pochi giorni fa i video con spumante, champagne e festeggiamenti, quelli in cui il ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir grida alla salvezza dello stato di Israele, Netanyahu entra trionfante al Knesset tra i suoi in festa.
Il 30 marzo, infatti, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato in via definitiva una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi riconosciuti colpevoli di attacchi mortali contro israeliani, inquadrati come atti di terrorismo. La terrificante natura di queste leggi ci mostra che la lotta per la libertà e per l’autodeterminazione del popolo palestinese, è ben lungi dall’essere terminata.
Infatti, si parla di una legge concepita per essere applicata solo ed esclusivamente sui palestinesi: a detta dell’ONU questa è una legge profondamente discriminatoria e pericolosa.
L’alto commissario Volker Turk ha sollecitato l’abrogazione della norma definendola “palesemente incoerente” con i doveri internazionali di Israele.
Ha levato la sua voce anche Amnesty International, in quanto la legge facilita l’uso della pena capitale basandosi su basi etnico-nazionali. Nella lunga lista anche associazioni come Al Haq e Addameer hanno sottolineato come questa legge sia concentrata su confessioni estorte dall’uso sistematico di tortura (le prove applicate potrebbero essere cioè illegali). Anche organizzazioni cattoliche come la CIDSE hanno espressamente chiesto all’UE di sospendere l’accordo di associazione con Israele in risposta a questa misura.
Un messaggio, dunque, che noi cittadini possiamo mandare alla politica moderna sta proprio in questa iniziativa. L’iniziativa aveva scadenza il 13 gennaio del 2027, ma questa data è stata ampiamente anticipata grazie alla fulminea raccolta di questi giorni.
Tutto comincia con l’associazione “Giustizia per la Palestina” definita come “un’iniziativa popolare dei cittadini europei che unisce partiti politici, collettivi, organizzazioni della società civile, movimenti palestinesi, cittadini”. L’iniziativa è stata registrata il 25 novembre del 2025 e la raccolta firme è cominciata solo il 13 gennaio 2025.
I numeri della discordia, un’Europa divisa sul tema
L’ECI non è solo una raccolta firme; è uno strumento di democrazia diretta che richiede, come detto precedentemente, il superamento di due ostacoli: un milione di firme totali e il raggiungimento di una soglia minima in almeno sette Stati membri. I dati estratti dal registro della Commissione mostrano un’Europa mobilitata, sebbene a macchia di leopardo.
Mentre la Germania si attesta su una posizione più cauta (circa 40.000 firme, pari al 59% della sua soglia minima), altri Paesi hanno letteralmente travolto i requisiti legali (dati aggiornati all’11/4):
- Francia: Ha polverizzato la propria soglia minima con 365.968 firme, raggiungendo il 657% della soglia minima richiesta, mostrando una mobilitazione estremamente sensibile al tema palestinese.
- Italia: Segue a ruota con una mobilitazione massiccia di 241.696 cittadini, pari al 451% del quorum necessario.
- Spagna: la Spagna di Sanchez raggiunge le 118.819 firme, arrivando dunque al 285% della soglia minima richiesta
- Irlanda e Belgio: Entrambi i Paesi hanno ampiamente superato il raddoppio delle firme richieste (rispettivamente 221% e 199%), confermando una sensibilità dell’opinione pubblica particolarmente accesa.
- Nord Europa: Danimarca e Finlandia hanno superato abbondantemente il 150%, segnando una spaccatura netta con i Paesi dell’Est, come Estonia (7,9%) e Lettonia (7,8%), dove l’iniziativa fatica a fare breccia, in Polonia, però la raccolta raggiunge con facilità il 110%.
- I paesi Bassi: superano a loro volta la soglia minima con 37.859 cittadini, ovvero il 185% del quorum necessario.
Un’iniziativa dal successo certo, altrettanto certo il suo futuro?
Introdotta dal Trattato di Lisbona come strumento di democrazia partecipativa, l’ECI obbliga la Commissione Europea a esaminare una proposta legislativa popolare. Abbiamo già definito il percorso preliminare che l’iniziativa “Justice For Palestine” dovrà affrontare. Una volta raggiunta questa soglia, scatta automaticamente un protocollo di passaggi istituzionali obbligatori. Quando un’iniziativa raggiunge la soglia minima di firme nei sette paesi membri, comincia infatti il nuovo iter politico. Questi sono dunque i prossimi step dell’iniziativa:
- Incontro con la Commissione: una volta che l’iniziativa è confermata valida, gli organizzatori incontrano i rappresentanti della Commissione europea per illustrare nel dettaglio le loro richieste.
- Audizione pubblica al Parlamento europeo: gli organizzatori hanno il diritto di presentare l’iniziativa in un’audizione pubblica presso il Parlamento europeo.
- Risposta formale della Commissione: la Commissione europea ha un massimo di 3-6 mesi (a seconda della normativa applicabile) per esaminare l’iniziativa e adottare una comunicazione ufficiale.
Cosa dice la risposta: La Commissione deve spiegare in modo motivato se intende dar seguito all’iniziativa (proponendo una nuova legge), se non intende agire o quali altre azioni intende intraprendere.
Al momento, esiste una forte interconnessione tra l’economia Europea e quella Israeliana: infatti, il 34% delle importazioni di Israele provengono dall’UE e il 28,8% delle esportazioni israeliane sono destinate all’UE, l’Unione è dunque il principale partner commerciale di Israele; basti pensare che nel 2024 gli scambi totali di merci tra l’UE e Israele ammontavano a 42,6 miliardi di euro. Nel 2021, inoltre, Israele ha aderito a Orizzonte Europa, il principale programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e l’innovazione. Dei fondi UE di Orizzonte Europa, 1,11 miliardi di euro sono destinati a imprese, università ed enti pubblici israeliani. Tra i 921 progetti di 231 beneficiari israeliani vi sono società strettamente connesse all’esercito israeliano. Il che ci dà il dovere di fare qualcosa.
La leva dell’articolo 2
L’articolo 2 dell’accordo di associazione UE-Israele stabilisce che “le relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”.
È su questo articolo 2 che preme l’iniziativa: infatti, una violazione di quanto qui disposto conferisce all’altra parte il diritto di sospendere l’accordo in via unilaterale.
Proprio su questa linea, con la certezza che a breve si raggiungerà il milione di firme, si spera che la commissione Europea, vincolata a dare una risposta, faccia una scelta nei prossimi mesi. Una scelta netta, che non sia dettata dagli interessi di gruppi di pressione legati all’apparato israeliano. Questa iniziativa è l’inizio di un percorso per ricostruire una politica diversa, in cui siano al centro gli esseri umani.