Martina Mancini
Fino ad alcuni decenni fa, l’affitto o l’acquisto di una casa propria rappresentava uno degli step da percorrere, ordinatamente, per giungere alla vita adulta. La casa arrivava usualmente a seguito di un lavoro stabile, di un fidanzamento ufficiale e poi di un matrimonio e si vedeva continuare con la nascita di uno o più figliə. A quel punto, la linea cronologica procedeva più o meno dritta fino alla vecchiaia.
Nell’era postmoderna le tappe della linea del tempo si sono mescolate e disordinate. La prima esperienza abitativa al di fuori del nucleo familiare può arrivare con l’università, con il primo lavoro o con la convivenza in coppia, ma in Italia vi si giunge piuttosto tardi. I giovanə italianə vanno via dalla casa dei genitori mediamente a 30 anni contro la media europea di 26,4 anni (Eurostat, 2022). Questo può essere attribuito alla precarietà lavorativa, alla stagnazione dei salari, all’alto costo della vita e alla forte valorizzazione dei legami familiari che esiste nel nostro Paese. Tale concatenazione di cause impedisce a giovani donne e uomini di immaginare, progettare e pianificare un’autonomia abitativa, da solə o in coppia.
Ma quanto l’autonomia abitativa rappresenta un pilastro di benessere e felicità per i giovanə? Che cosa vuol dire vivere in una casa propria? è possibile conciliare l’abitare con l’evanescenza dei tempi postmoderni?
Il filosofo francese Gaston Bachelard nel suo testo La poetica dello spazio (1958) definisce la casa come qualcosa di più di uno spazio residenziale, in grado di rappresentare lo stato psichico dei suoi abitanti. Parlando degli spazi di una casa egli afferma: “sembra che l’immagine della casa sia la topografia del nostro essere intimo. […] Lo spazio esterno come riflesso del mondo interiore”. Bachelard sostiene che gli spazi abitativi sono in grado di evocare felicità: la casa rappresenta infatti un luogo profondamente connesso alla felicità personale, intesa come intimità, serenità, riposo, pienezza dell’essere.
Lo psicologo statunitense Maslow, nella elaborazione della sua piramide dei bisogni a cinque livelli (1954) posiziona l’abitare nei bisogni di sicurezza, immediatamente dopo quelli fisiologici ed insieme a salute, sicurezza fisica e sociale. L’ipotesi alla base della teoria è che si possa arrivare a soddisfare le necessità superiori solo quando le necessità dei livelli inferiori siano state soddisfatte.
Appare nebuloso, per i giovanə, pensare di passare alle necessità superiori (appartenenza, stima e autorealizzazione) senza che quelle inferiori siano soddisfatte. Appare altrettanto complesso soffermarsi sulla sfera poetica e filosofica dell’abitare di cui parla Bachelard, poiché la casa appare spesso una conseguenza delle scelte lavorative: prima mi preoccupo di acquisire un’autonomia economica, con un contratto che mi permetta di scegliere una casa che sia per me dignitosa; quindi individuo la mia abitazione, anche in una Città diversa dalla mia, a seguito del nuovo lavoro per cui sono statə sceltə. La casa allora appare secondaria al lavoro, quasi una conseguenza concatenata, accessoria, e si appare dispostə anche ad accontentarsi di spazi piccoli e sovraffollati in un tempo iniziale. D’altronde, sempre più frequentemente, i proprietari si rifiutano di affittare (e, naturalmente, di vendere) a chiunque non possieda un lavoro non nero, non saltuario, non precario. Eppure la dichiarazione universale dei diritti umani, nell’articolo 25, fa riferimento al diritto di tuttə “ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere […] con particolare riguardo […] all’abitazione”.
E se, invece di lasciare che l’abitare sia una faticosa conseguenza dell’indipendenza economica, si potesse pensare prima alla casa?
Housing first è un progetto finlandese che per contrastare il fenomeno dei senzatetto garantisce loro prima di tutto un tetto sulla testa e, solo successivamente, avvia percorsi per il lavoro, la salute mentale, il contrasto alle tossicodipendenze. I senzatetto ottengono un appartamento a spese dello Stato: si parte dal pensiero che, prima di pensare a risolvere qualsiasi tipo di problema, le persone necessitano di una casa (A. Ruhle, 2023).
Nella maggior parte dei Paesi invece la questione abitativa, sia per i senzatetto sia tutte le altre categorie, rientra in un modello “a ricompensa”: chi cerca un’abitazione deve prima di tutto dimostrare di avere un lavoro stabile, garanzie economiche, salute psico-fisica. Avviene per i senzatetto ma avviene per i giovanə e per tuttə le categorie più fragili. Chissà se invece, rimodulando il modello finlandese, si potesse garantire ai giovanə prima di tutto una casa, uno spazio di benessere, che gli consenta di avere un’adeguata serenità per affrontare poi la ricerca di un lavoro, di una relazione, di una genitorialità o, semplicemente, la ricerca di sé stessə. Chissà se, proprio nella precarietà della vita postmoderna, la casa possa rappresentare un punto di partenza, uno spazio di creazione e di desiderio.
Bachelard parla della dimensione domestica come luogo di sogno, come grande culla: “la casa si fa grembo prolungando l’esperienza di benessere, l’esperienza di bene che viene dall’essere”. E allora, se la casa viene prima di tutto, housing first, forse si può garantire ai giovanə di abitare poeticamente sé stessə e poi anche il mondo.
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Parafrasando Virginia Woolf: “Un quartino tutto per sé”!