Referendum, quesito 3: riduzione del lavoro precario

L’8 e 9 giugno 2025 il corpo elettorale italiano è chiamato a esprimersi su cinque quesiti referendari ritenuti validi dalla Corte Costituzionale e aventi, i primi quattro, come tema l’abrogazione di parti del Jobs Act – legge 183/2014 voluta dal Governo Renzi – e la riduzione da dieci a cinque anni di residenza legale in Italia per poter fare domanda di cittadinanza italiana espressa nel quinto quesito referendario.

Il quesito di cui si vuole discutere in questo articolo è il terzo, scheda grigia, che recita così come riportato di seguito:

«Volete voi l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante “Norme sui licenziamenti individuali”, come sostituito dall’art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle parole: “compreso tra un”, alle parole “ed un massimo di 6” e alle parole “La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.”?»

In Italia, secondo le rilevazioni ISTAT, i lavoratori precari sono circa 2,8 milioni (2.811.000) ad agosto 2024, mentre in base ai dati INPS, a giugno 2024 sono stati assunti circa 747.509 lavoratori con un contratto a tempo determinato o precario. Qui troverete un articolo che spiega più nel dettaglio il numero di precari in Italia.

Sul sito della Fondazione Di Vittorio si legge che i più penalizzati da questa precarietà sono i giovani, soprattutto la fascia dai 15 ai 34 anni, cui la percentuale di contratti a tempo determinato ha superato il 30% nel 2024. L’effetto principale di questa situazione è che la cosiddetta “fuga di cervelli” è aumentata nel nostro Paese e il 43% dei giovani che lasciano l’Italia è laureato. Questa percentuale è cresciuta nel corso degli anni e ciò ha portato anche un impoverimento del mercato del lavoro del nostro Paese.

La foto che segue è presa sempre dal sito della Fondazione Di Vittorio.

Quindi con il terzo quesito referendario, i cittadini, votando, devono decidere se abrogare o no alcune norme che stabiliscono quando un’azienda può assumere lavoratrici e lavoratori con contratti a tempo determinato e a quali condizioni possono prolungare e rinnovare questi contratti.

Dunque, votando sì vengono abrogate le norme in vigore dal 2015 e si ristabilisce l’obbligo di una “causale” – l’obbligo di indicare per quale motivo si usa questo tipo di contratto- per i contratti a tempo determinato più brevi di dodici mesi.

Votando sì può contrastare il ricorso sistematico e spesso abusivo ai contratti precari, incentivando forme di lavoro più stabili e garantite.

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