L’otto marzo: il grido delle donne per un reale cambiamento

Lotto marzo. Una data simbolo in tutti, o quasi, i paesi del mondo. Globalmente riconosciuta come giornata simbolo della lotta per la parità di genere, di tutti e di tutte, aldilà delle appartenenze politiche. Negli ultimi decenni tale giornata si è tramutata in una festa, con i conseguenziali e commercializzati auguri di rito da dover fare e da dover ricevere, venendo meno così il senso della sua istituzione e della sua celebrazione. Non sono gli auguri in sé il problema, sia chiaro, ma tutto quello che c’è intorno. Quel senso di vuoto e di assenza che ancora si percepisce quando ci si sveglia e si ascolta che una altra donna è stata uccisa, che una altra donna è stata violentata, che una altra donna non è uscita perché aveva paura di essere molestata, seguita, sbeffeggiata, umiliata. Nel 2024 (dal 1° gennaio al 22 dicembre) secondo i dati del Ministero dell’Interno ci sono state 109 vittime donne, 95 uccise in ambito familiare/affettivo e tra di esse 59 uccise dal proprio partner/ex partner.  

Viene uccisa una donna quasi ogni tre giorni, come accade da anni. Nessuna legge o politica è riuscita a cambiare questo fenomeno, per necessità e studio sintetizzato dai numeri. Numeri, indispensabili, ma che non racchiudono ciò che davvero accade. Tutte le violenze silenziose, i malesseri sottaciuti, le corse notturne verso casa, le mancate uscite, il cambio dei vestiti per la paura di essere toccate sia fisicamente che con uno sguardo, il mancato rispetto di una fine di una relazione o di un semplice “no”. Tutto questo non è quantificabile, non è visibile, ma esiste da sempre e purtroppo non sembra affievolirsi. Tutto questo ed altro ancora. Sì, perché la violenza non è solo l’atto finale che si concretizza in una molestia, in una violenza o in un femminicidio, ma è la negazione dei diritti perché donne. La negazione che avviene con la non accettazione della libertà della donna di costruire la propria vita secondo la sua volontà e non secondo ciò che la società le impone. Il non voler accettare che una donna non voglia essere madre, o che, invece, voglia esserlo e allo stesso tempo, però, voglia realizzarsi professionalmente (nessuna donna deve essere posta di fronte al dilemma di scegliere tra famiglia e professione, come ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella). Il voler giudicare una donna per la sua bellezza, per il suo stato sociale, per la sua indipendenza, per la sua diversità, anche questo è violenza. Il prevedere un divario retributivo per le donne (gender pay gap), soprattutto nel settore privato, il non consentire alle donne l’accesso paritario a profili manageriali, anche questa è violenza.

Ebbene, questo processo di discriminazione della figura femminile che si continua a mettere in atto è amplificato soprattutto nei contesti di disagio sociale e di povertà dove le donne fanno ancora più fatica ad emergere e spesso vengono schiacciate dalla mancanza di una adeguata cultura, di adeguati spazi urbani e dalla diseducazione della propria famiglia o del proprio partner.  Uscire dalla dimensione della “donna che la società ti dice di essere” alla “donna che vuoi essere”, sebbene i passi avanti compiuti, è una visione non ancora accettata. Ed è per questo che anche l’otto marzo è una occasione per riunirsi, donne, uomini, transgeneder, tutt*, insieme, sia per gridare forte “non una di meno”, ma soprattutto per far sentire la presenza costante ed attenta di un popolo che pretende di più soprattutto in termini di educazione e sensibilizzazione, partendo dalle scuole, passando per le strade sino ad arrivare nelle famiglie. Quel popolo che non deve solo voler il cambiamento, ma che deve essere disposto a cambiare. Cambiare, quotidianamente, scegliendo di battersi per i diritti di tutte le donne. Per quelle donne che non hanno avuto neanche la possibilità di lottare, per quelle che l’hanno fatto prima di noi e per noi e per tutte quelle che verranno. Questo è lotto marzo.

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