Nel cuore più stratificato e vibrante di Napoli, dove passato e presente convivono in un equilibrio fragile e affascinante, una domanda risuona con forza: esiste ancora un domani? È da questo interrogativo, tanto semplice quanto vertiginoso, che prende forma la mostra “Esiste ancora un domani? Is There Still Tomorrow?” di Marina Iorio, in programma alla Fondazione Il Canto di Virgilio.
L’inaugurazione, prevista per il 7 maggio 2026 alle ore 19.00, si inserisce nel calendario del Maggio dei Monumenti 2026, rassegna che quest’anno porta il titolo evocativo “Ebbra di luce, folle di colori”. E proprio di luce e colore – ma anche di profondità e consapevolezza – si nutre il progetto espositivo curato da Raffaele Loffredo, con catalogo con prefazione a cura di Giuseppe Gaeta.
Un viaggio tra arte e scienza
La mostra si sviluppa all’interno della suggestiva Chiesa di San Francesco delle Monache, spazio sospeso nel tempo che da oltre un decennio è diventato laboratorio culturale e luogo di sperimentazione. Qui, tra architetture cariche di memoria, le opere di Marina Iorio instaurano un dialogo silenzioso ma potente con l’ambiente.
Sei lavori compongono il percorso: immagini che colpiscono per la loro forza cromatica e per l’apparente astrazione, ma che rivelano, a uno sguardo più attento, una natura profondamente concreta. Non sono visioni immaginate, ma traduzioni visive di dati scientifici reali, raccolti attraverso la tecnologia Multibeam Echosounder, utilizzata per mappare i fondali marini.
Quello che nasce come dato misurabile si trasforma, nelle mani dell’artista, in una cartografia emotiva. Le superfici stampate su Dibond e rielaborate con interventi pittorici diventano paesaggi interiori e, allo stesso tempo, testimonianze tangibili di ecosistemi fragili. È una metamorfosi che sposta lo sguardo: dalla freddezza della misurazione alla vulnerabilità della vita.
L’arte come dispositivo di coscienza
Non si tratta solo di una mostra da osservare, ma di un’esperienza da attraversare. I pannelli divulgativi accompagnano il visitatore nel processo scientifico, ma non ne esauriscono il senso. L’obiettivo non è spiegare tutto, bensì attivare una consapevolezza.
In questo spazio, l’arte diventa un dispositivo critico: traduce il linguaggio della scienza in emozione, rendendo percepibile ciò che spesso resta invisibile. I fondali marini, lontani e silenziosi, emergono come presenze vive, chiedendo attenzione, responsabilità, cura.
Il profilo di un’artista tra due mondi
La ricerca di Marina Iorio si muove da sempre su un confine fertile: quello tra arte e scienza. Geologa di formazione, con un dottorato in geofisica e una carriera internazionale come ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha collaborato con istituzioni di rilievo globale, dalla Columbia University alla Chinese Academy of Sciences.
Parallelamente, ha costruito un percorso artistico coerente e riconoscibile, inserendosi nel filone della SciArt. Le sue opere, presenti in collezioni prestigiose come quelle dell’Istituto Max Planck di Storia dell’Arte, rappresentano un tentativo costante di tradurre la complessità del reale in forme visive capaci di parlare a tutti.
Un invito a guardare oltre
Visitabile dall’8 al 22 maggio (ingresso libero), la mostra non offre risposte definitive. Piuttosto, apre uno spazio di interrogazione. Davanti a queste immagini, lo spettatore è chiamato a fermarsi, a riconoscere, a interrogarsi sul proprio ruolo.
Esiste ancora un domani?
La risposta, sembra suggerire la mostra, non è scritta nei dati né nelle immagini. Dipende da come scegliamo di guardare – e di agire – oggi.