Metamorfosi Kafkiana: la musica come un prodotto senza anima

L’edizione di Sanremo del 2026 si è conclusa con la vittoria di Sal DaVinci.

Come napoletani, ci piacerebbe pensare a un trionfo per la musica che, nata a Napoli, si è poi diffusa globalmente. Tuttavia, in questa canzone manca l’anima della musica classica partenopea, c’è solo una canzone commerciale che di napoletano ha solo alcuni versi.

E la colpa non è neanche di Sal Da Vinci che, ricordiamo, è uno di quei pochi cantanti che ha addirittura fatto una lunga gavetta nei teatri delle due sponde dell’Atlantico: la colpa è di chi ormai pensa alla musica come un prodotto da consumare in un take away.

Non sorprende che ogni anno ci si chieda quali canzoni colpiranno di più, quali resteranno impresse nella mente delle persone e quali saranno ricordate anche dalle generazioni future, tutti auspici che immancabilmente per diversi brani decadono dopo pochi ascolti. Non a caso, dentro e fuori la rete c’è una fetta di pubblico che giudica in bene o in male la mancanza generale di brio delle produzioni odierne.

Sanremo ha perso l’aspetto principale, cioè di far conoscere all’Italia e all’estero tutto il meglio della scena musicale: non è più una kermesse musicale, è un prodotto televisivo.

Ormai la maggior parte di chi partecipa al festival viene dai talent show, e condivide manager, autori e vocal coach. Questa è la ragione per cui la qualità della musica si è abbassata notevolmente.

Infatti, tempo fa, faceva notare Morgan, ossia prima dell’avvento di questo status quo, era raro che gli artisti condividessero lo stesso entourage creativo: ogni cantante lavorava con autori, arrangiatori e produttori differenti, e questo contribuiva a creare una vera varietà musicale.

Oggi, invece, accade sempre più spesso che molti cantanti provengano dalla stessa filiera produttiva. Certo, cambiano i volti, i toni delle voci, ma dietro le quinte si ritrovano spesso gli stessi nomi: ci sono sempre le stesse persone che scrivono e arrangiano. Il risultato è una musica formalmente perfetta, ma che ha poca anima.

Questo non significa che manchino talenti, tutt’altro. Il problema è che il sistema tende a riciclarli velocemente; oggi si è sulla cresta dell’onda, ma domani si ricade nel dimenticatoio. Un po’ quello che è successo con Marco Carta, come ricorda Red Ronnie.

Anche il festival ha subito una metamorfosi kafkiana. Un tempo il Festival di Sanremo era il luogo in cui si presentavano canzoni destinate a entrare nella memoria collettiva; oggi sembra essere diventato soprattutto una gigantesca vetrina televisiva in cui la musica è solo uno degli elementi dello spettacolo.

Per questo, alla fine, diventa quasi secondario discutere di chi abbia vinto, perché il vero interrogativo riguarda la musica stessa. Se il festival continua a produrre brani destinati a durare il tempo di un passaggio pubblicitario, allora forse il problema non è negli artisti, ma nel sistema che andrebbe riformato.

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