Con l’inizio del 2026, come ogni principio d’anno nuovo, risuona ai telegiornali il bollettino dei feriti da prodotti pirotecnici: Il numero complessivo è di un morto e 283 feriti, in calo rispetto all’anno precedente (309) ma, ugualmente, numeri che lasciano perplessi e sgomenti.
Cosa spinge, pur conoscendone bene i potenziali rischi, tantissime persone ancora a fare uso di fuochi e petardi? Che origine ha l’utilizzo dei prodotti pirotecnici associati ai festeggiamenti? Quale significato culturale e sociale possiedono?
L’arte della pirotecnica nasce in Cina intorno all’anno 1000 a seguito della scoperta della polvere da sparo. Testimonianze relative ad un primo utilizzo puramente spettacolare delle polveri risalgono al Basso Medioevo (XIII – XV secolo), quando cominciarono ad essere utilizzate per accompagnare rappresentazioni teatrali sacre.
In Europa il fenomeno si diffuse lentamente: le prime fabbriche di fuochi a scopo di spettacolo nacquero in Germania a partire dal 1340. Solo tra il XVII e XVIII secolo le feste popolari e gli avvenimenti importanti in Europa cominciarono ad essere abbelliti da spettacoli pirotecnici. L’introduzione del clorato di potassio (sostanza per ottenere fuochi colorati) avvenne soltanto alla fine del 1700.
Oggi, i fuochi pirotecnici vengono impiegati in tutto il mondo per intrattenimento, eventi e feste. è soprattutto per l’effetto visivo/sonoro che generano che hanno ottenuto negli anni questa massiccia diffusione.
Ma come si è creato il legame quasi imprescindibile con le feste di Capodanno?
La vita dell’essere umano, in qualsiasi tipo di società, è caratterizzata da passaggi. Il passaggio avviene da un’età all’altra, da una scuola ad un’altra, da un lavoro ad un altro, da uno stato civile ad un altro. Ciascuna di queste tappe è accompagnata da cerimonie specifiche il cui oggetto è tuttavia identico: far passare un individuo da una determinata situazione ad un’altra altrettanto determinata. Da qui deriva la rassomiglianza tra le cerimonie legate a nascita, fidanzamento, matrimonio, gravidanza, morte. L’essere umano tende inoltre a collegare i passaggi della vita umana a quelli dell’universo circostante, celebrando quindi il passaggio da un mese all’altro, da una stagione all’altra, da un anno all’altro. Questi ultimi possono essere definiti riti collettivi, che si differenziano appunto da quelli individuali, e servono alla comunità per entrare in una nuova fase. Questi rituali possono essere caratterizzati da maschere, canti, musiche, purificazioni. Nella tradizione europea prendono il nome di folklore e si concentrano in momenti cruciali dell’anno, come appunto il passaggio all’anno nuovo, o Capodanno.
Il passaggio al nuovo anno, Capodanno (da “capo d’anno”), è una festa osservata nella maggior parte del mondo il primo gennaio, primo giorno dell’anno nel moderno calendario gregoriano. Secondo tale calendario, il 31 dicembre segna la fine di un periodo, per cui in occasione di questa celebrazione in molte città del mondo si sparano i tradizionali fuochi d’artificio. Nel periodo di Capodanno, in generale, il mondo è immerso in una coltre di rumori: campanacci, grida delle maschere, musica. La caratteristica di questa festa pare essere proprio il baccano, il frastuono, il rumore assordante. Origini profonde esistono alla base di questi suoni e rumori che vengono prodotti durante questa fase dell’anno. La produzione di rumore viene solitamente effettuata nei momenti di passaggio, come scriveva e dimostrava l’antropologo Rodney Needham (1979). Per lui i suoni risultano funzionali ad accompagnare la comunicazione col mondo ultraterreno e vengono quindi prodotti soprattutto proprio durante i rituali di passaggio. Quasi sempre, gli elementi fissi di questi riti sono il fuoco, la luce e il rumore. Scoppi, botti e petardi sono la naturale colonna sonora di molti avvenimenti, soprattutto di carattere popolare: hanno il vantaggio di offrire a sensazioni e sentimenti una dimensione “tangibile” perché sonora. è noto però lo strettissimo legame che c’è tra l’utilizzo del fuoco e il potenziale pericolo a cui si va incontro: chiunque, facendo scoppiare un petardo o maneggiando fuochi pirotecnici, è a conoscenza dei rischi (lievi e non) a cui incorre.
Per spiegare tale fenomeno ci serviamo del concetto di percezione del rischio, processo di cognizione noto in psicologia che riguarda molte attività quotidiane dell’uomo. Tale percezione influenza le decisioni ed i comportamenti delle persone in base ai potenziali rischi oggettivi e soggettivi. Valutare un rischio significa ipotizzarne le conseguenze. Uno degli approcci al rischio si preoccupa del significato delle attività svolte dagli individui nella loro vita personale o nel loro tempo libero: spinti dal desiderio di vivere intensamente, di ricercare la dimensione della performance, gli individui mettono in gioco la propria integrità (nonché la propria stessa vita) in diversi modi. Le imprudenze rappresentano una di queste modalità, figurando come una esposizione volontaria al rischio. Nell’utilizzo di scoppi, botti e petardi vi è la dimensione della volontarietà e quindi della scelta, nonché il desiderio di performance e di spettacolarizzazione. Nonostante tantissimi Comuni e Paesi abbiano emanato ordinanze per vietarne l’utilizzo, nella pratica questo non ne ha limitato la diffusione. è naturale, dall’esterno, biasimare queste pratiche, soprattutto quando vengono esasperate; è tuttavia necessario farne una lettura critica ed analitica, tenendo in considerazione l’elemento performativo e di spettacolarizzazione che esse racchiudono. Il desiderio di azioni estreme racconta la ricerca di una vita degna di essere vissuta, spesso anche mettendo in gioco la propria stessa vita.