Sanremo: tra controversie e clamore, la musica passa in secondo piano

Ogni anno Sanremo torna puntuale a guisa di un rito collettivo, e con la stessa puntualità tornano anche le polemiche. Sembrano diventate parte integrante del Festival, quasi una seconda scaletta non scritta; gli articoli dedicati alla kermesse contengono più parole sterili che musica.

Ci accompagna la solita routine: discussioni su compensi, esclusioni importanti, interventi e scelte artistiche che spesso risultano controproducenti per la manifestazione canora. Ma andiamo con ordine.

Sui cachet degli ospiti si potrebbe scrivere un libro. Ogni edizione emergono cifre che suscitano l’indignazione pubblica dentro e fuori la rete. I casi più emblematici sono quelli di Roberto Benigni e di Alessandro Siani. Il primo, porta ciclicamente lo stesso show, caratterizzato da lunghi monologhi o da noiosissime prediche acclamate solo da una parte politica. Ogni anno ci si focalizza soltanto sui soldi dati dalla Rai all’artista e sebbene possa piacere o meno, Benigni resta una figura centrale della cultura italiana.

Anche nel 2015, con Alessandro Siani, l’attenzione si è concentrata più sul suo compenso – poi donato in beneficenza – che sulle sue battute. Sanremo, nonostante sia un evento di ampia rilevanza pubblica, viene frequentemente sottoposto a valutazioni in cui ogni dato numerico assume particolare rilevanza nell’ambito del dibattito morale.

Sull’esclusione degli artisti l’attenzione si focalizza sul caso Jalisse, diventati ormai il simbolo dell’esclusione seriale. Ogni anno presentano un brano, ogni anno vengono respinti, ogni anno la notizia rimbalza sui media e sui social. Ormai non è più una questione musicale. Mancano da quel palco dal lontanissimo 1997, e sebbene non abbiano mai avuto un grande appeal, ci si chiede perché non gli è stata mai concessa una seconda occasione nel corso del tempo. Ma ormai l’estromissione del duo è diventato un racconto che fa parte dello story telling sanremese: sono indispensabili alla sua allungare gli articoli su Sanremo.

Proprio per questo motivo varie controversie finiscono per funzionare come un ammortizzatore narrativo. Tengono viva l’attenzione, riempiono i talk show e i social, polarizzano il pubblico. Ma soprattutto semplificano il dibattito, spostandolo da una riflessione sulla musica italiana a uno scontro continuo su simboli, cifre e casi umani.

Il risultato è un Festival che sembra temere il silenzio più del dissenso. Sanremo non cerca più di evitarle, le polemiche: le incorpora. Le gestisce, le aspetta, talvolta le anticipa. E così, mentre si discute dell’ennesimo escluso o dell’ennesimo cachet, la domanda centrale resta sullo sfondo: che ruolo ha ancora Sanremo nella crescita della musica italiana?

Sarà anche per questo motivo che la qualità della musica si è fortemente abbassata.

Ed ecco perché la Kermesse, specialmente negli ultimi anni ha permesso l’accesso ad artisti molto diversi tra loro, a cantanti con molta presenza scenica, a canzoni che funzionano di più nelle playlist e negli algoritmi della rete che nell’animo umano. Sarà anche per questo che i giovani preferiscono guardare gli highlights su YouTube che stare incollati a una noiosissima maratona televisiva.

Ma probabilmente anche questa volta i geni del marketing ci hanno visto giusto. Finché i dibattiti saranno più prevedibili delle canzoni, il Festival continuerà a vincere negli ascolti, ma a perdere in necessità culturale. E forse è proprio questa la critica più dura che gli si possa muovere.

foto in copertina https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Sanremo#

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