È la fine di un’epoca: dopo quasi 40 anni la storica emittente inglese MTV (Music Television) si prepara a dire addio ai suoi spazi dedicati esclusivamente ai videcolip.
È stato un canale amatissimo, soprattutto dalle generazioni nate a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, perché offriva la possibilità — prima dell’avvento di internet — di vedere i videoclip dei propri beniamini.
Grazie alla geniale intuizione di Robert W. Pittman, questa rete televisiva cambiò le abitudini di chi fino ad allora era rimasto incollato alla radio per nutrirsi di suoni 24 ore su 24: ascoltatori che restavano davanti allo stereo sperando, prima o poi, di sentire la loro canzone preferita. Con MTV, invece, la musica si trasformava in un’esperienza multisensoriale.
Non si trattava più solo di ascoltare: la musica si guardava. Il tubo catodico trasformava i brani in esperienze visive, in veri e propri cortometraggi d’autore.
All’inizio erano semplici video promozionali, poi divennero piccoli capolavori capaci di aggiungere quella magia che il supporto fisico non poteva offrire: l’illusione di poter vedere l’artista mentre si esibiva.
Ma i videoclip erano solo la punta dell’iceberg. Dentro quel contenitore rivoluzionario c’erano programmi diventati cult — come MTV Unplugged — e format d’intrattenimento rimasti nel cuore di un’intera generazione: la Generazione Y, cresciuta davanti allo schermo in compagnia di VJ carismatici come un giovanissimo Alessandro Cattelan, che proprio lì mosse i suoi primi passi.
MTV era una favola che purtroppo non ha avuto un lieto fine. L’emittente inglese non è riuscita a stare al passo con i tempi. MTV non esiste più nel Regno Unito, la terra dove era diventata icona pop per eccellenza: il suo segnale è stato spento, sostituito da altri canali tematici del gruppo Paramount Skydance, società che ha acquisito l’emittente musicale e relativi affiliati.
In Italia il marchio MTV continua ad esistere, ma i canali musicali dedicati hanno subito dei cambiamenti e alcuni stanno chiudendo, ma è ancora visibile sul canale 131 di Sky, sul canale 122 di Sky Glass e in streaming sulla piattaforma Now.
Il duopolio radiotelevisivo ha schiacciato la concorrenza, impedendo ai canali musicali di consolidare un proprio pubblico. Il canale ha provato a reinventarsi: prima importando serie e programmi americani — Daria, Beavis & Butthead, Celebrity Death Match — poi tuffandosi nei reality, a partire da The Osbournes. Ma quella formula che un tempo mischiava ironia, irriverenza e cultura pop si è via via svuotata.
Il colpo di grazia è arrivato con Google e YouTube. Le nuove piattaforme hanno offerto ciò che la TV generalista non poteva dare: la libertà di scegliere cosa vedere, quando e come, costruendosi un palinsesto su misura.
Nel fluire incessante di immagini e suoni che popolano i nostri smartphone, la frenesia digitale ha sostituito la ritualità delle vecchie trasmissioni televisive: la musica oggi è ormai frammentata in brevi sequenze che appaiono e scompaiono tra un messaggio e l’altro, sembra aver perso quella magia capace di farci sognare ad occhi aperti. Non c’è più attesa, né sorpresa; l’esperienza si consuma in pochi secondi, lasciando dietro di sé solo una scia di ricordi sfocati, privi di quel senso di appartenenza che una volta univa milioni di spettatori davanti allo stesso videoclip.
La musica, che un tempo riusciva a definire generazioni e a costruire miti condivisi, oggi si dissolve tra le infinite possibilità offerte dalle piattaforme di streaming, lasciandoci liberi di scegliere cosa ascoltare, ma isolati come atomi dispersi.