Napoli è antisionista: il caso Taverna Santa Chiara

Nel cuore del centro storico di Napoli, tra i tavoli della Taverna Santa Chiara (sita in Via Santa Chiara nr. 6), si è consumato un episodio che ha riportato al centro del dibattito italiano una domanda scomoda: può un locale schierarsi apertamente contro l’apartheid israeliano senza essere accusato di antisemitismo?

Il 3 maggio, due turisti israeliani, conversando con una coppia di spagnoli, lodavano le presunte bellezze e la pace del loro Paese. Un dialogo che altrove sarebbe forse passato inosservato, ma non in quel luogo. A pochi metri, tra stoviglie, pentole e libri, c’era Nives Monda, attivista politica e proprietaria della Taverna, che da tempo ha scelto di rendere il suo ristorante un luogo esplicitamente impegnato. Da anni, la Taverna aderisce alla campagna Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana, promossa dal movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), e tra le sue pareti si respirano parole di resistenza: manifesti, volantini, libri e scritte raccontano un’adesione chiara e ferma. Anche la porta comunica, con un manifesto inequivocabile. Entrarvi — e fingere di non vedere — è impossibile.

Monda è intervenuta con fermezza, affermando che non si può parlare di Israele senza nominare l’occupazione, la guerra, i crimini contro il popolo palestinese. Parole nette, che la turista ha accolto con toni sempre più accesi: ha iniziato a filmare la scena, accusando la ristoratrice di antisemitismo. La situazione è rapidamente degenerata. Monda ha invitato la coppia a lasciare il locale, senza pretendere il conto. Poche ore dopo, il video dell’alterco — diffuso impropriamente online dai turisti — ha innescato una tempesta: minacce, insulti, intimidazioni digitali contro la ristoratrice e il suo staff.

La versione di Nives Monda è chiara: nessun insulto, nessuna espulsione, nessuna ostilità verso il popolo ebraico, ma una critica netta al sionismo come ideologia politica di colonizzazione e apartheid. “Criticare Israele non significa odiare gli ebrei”, ha ribadito più volte sui suoi canali social, spiegando che la sua opposizione è indirizzata a un sistema di oppressione, non a una religione.

In pochi giorni, la strada davanti alla Taverna si è riempita di passanti, amici, clienti, persone che volevano mostrare solidarietà. E quella presenza ha trovato un’espressione collettiva lunedì 6 maggio, in Piazza del Municipio: un migliaio di persone si sono riunite per la manifestazione Not in My Name, nata per sostenere la ristoratrice e chiunque scelga di esporsi contro le complicità nel genocidio del popolo palestinese. Per i bambini che non esistono più, per le famiglie spezzate, per il silenzio colpevole che circonda l’orrore. Una piazza viva, consapevole, che ha voluto anche denunciare l’atteggiamento dell’amministrazione comunale, accusata di tutelare i turisti a scapito della cittadinanza attiva.

In un momento in cui il silenzio fa comodo a molti, Napoli sceglie ancora una volta la voce. E la sua voce, oggi, parla arabo, parla ebraico, parla napoletano. Parla di libertà.

Il sostegno alla Palestina non è solo una questione geopolitica, ma un riflesso identitario. Da sempre, la città riconosce in essa una sorella ferita: un legame profondo, fatto di storie comuni di colonizzazione, marginalità, resistenza. Una città meticcia, meridionale, refrattaria ai poteri forti e alle narrazioni imposte. Non è la prima, né sarà l’ultima, a vivere episodi simili — da Berlino a Istanbul, da Barcellona ad Atene — ma qui la risposta ha assunto un tono più profondo, più viscerale.

Perché a Napoli la solidarietà non è eccezione, è un riflesso naturale: un gesto istintivo, identitario, come il mare che la circonda. Una lingua antica che sa ancora dire “giustizia” con voce collettiva. In un tempo in cui la guerra in Palestina scivola ai margini dell’informazione, la voce di una ristoratrice ha rotto il silenzio. E con lei, un’intera città ha ricordato che esprimere dissenso è un diritto. Che sostenere la Palestina è anche un riflesso di sé. Che l’antisionismo non è antisemitismo, ma opposizione a un regime politico che affama, bombarda, cancella interi popoli.

Chi tace è complice”, si è sentito ripetere più volte in piazza. Ed è forse questo il messaggio più forte che arriva dalla vicenda della Taverna: che scegliere da che parte stare è, prima di tutto, una questione di coscienza. E di coraggio.

@GAZALASTDAY: l’Europa contro il genocidio

Il 9 maggio, mentre le istituzioni celebrano la Giornata dell’Europa nel nome dell’unità e della pace, una rete di scrittori, docenti, attivisti e cittadini lancia un grido d’allarme con la campagna “L’ultimo giorno di Gaza”. Dall’altra sponda del Mediterraneo arriva l’eco di una catastrofe umanitaria: oltre 50mila morti, fame usata come arma di guerra, una nuova offensiva annunciata da Israele, con lo spettro di deportazioni e occupazione permanente. L’iniziativa invita chiunque, ovunque si trovi, a prendere parola sui social con gli hashtag #ultimogiornodiGaza e #Gazalastday, per rompere il silenzio e opporsi al massacro. Un appello a salvare non solo Gaza, ma anche l’anima di un’Europa che, se vuole ancora dirsi comunità di pace e di diritti, non può restare spettatrice. “Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire” — così si chiude l’appello. E forse, da qui, può davvero nascere una nuova coscienza collettiva.

foto in copertina-fonte: www.maurobiani.it; nome dell’autore: Mauro Biani.

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