The odyssey: la storia e l’umano

Odissea di Nolan, da che parte cominciare?

Il film è bellissimo e non abbiamo paura a dirlo, travolge completamente lo spettatore per tre ore, costruendo saggiamente un intreccio narrativo che solo l’epoca moderna (che ha conosciuto la psicanalisi) poteva dare ad un testo antico come l’Odissea. Senza dare dettagli, anche se la storia la conoscono tutti, Nolan taglia l’incipit dei Feaci, e parte da un Ulisse perso sulle spiagge di Calipso, senza memoria.

Da lì il film viaggia ad un ritmo perfetto con i flashback, che sono solitamente complicati da rendere nel cinema, tra memoria e presente.

Nolan si fa carico di tutto ciò che ha imparato dalle sue trame spesso troppo intricate e riesce a creare, con la storia più intricata di tutte, una trama che allo spettatore risulta sorprendentemente lineare, semplice.

Ma come ci riesce? Tanta maturazione, sicuramente, ma anche il protagonista, la scelta di Ulisse, aiuta.

Chi è l’Ulisse di Nolan?

La risposta, senza dubbio, sta in un Ulisse che non è quello canonico dell’Odissea di Omero fedele nei secoli dei secoli. Si rifà ad una storia che per sua natura è uno specchio dell’umano e l’umano cambia continuamente.

È l’Ulisse di Ovidio, di Dante, quello che è pronto al “folle volo”, vuole tornare a casa, ma non sa stare lontano dalla conoscenza, e in un tempo di dei apparenti (come ci tiene stesso Nolan a sottolineare nel primo frame della pellicola) non è succube del fato, anzi, sogna di essere “faber sui”.

Ci sono state molte critiche sulla veridicità storica, ma, del resto, ci sono giorni in cui avvengono decenni e decenni in cui avvengono giorni, credere che qualcosa di mitologico possa restare invariato vuol dire snaturare la mitologia di ciò che la rende funzionale.

Anche perché l’ultimo di Nolan è il suo film più maturo. Da Inception fino ad Oppenheimer, Nolan ha sempre avuto un po’ di difficoltà a far emergere la sua ricerca quasi antropologica, è una ricerca spesso mutata dai suoi approfondimenti scientifici, con cui cerca di spiegarsi la realtà, cerca di catturarla, come una farfalla, davanti alla cinepresa. Oppenheimer era stato quel passo in avanti, un po’ troppo lungo ma oggettivamente ricco di qualità attoriali e registiche, l’unico problema di quel film, infatti, è che era un po’ come quei giocatori che indossano troppo presto una maglia importantissima: gli sta larga.

In Oppenheimer era fin troppo evidente il tentativo di mitizzare quel fisico, infatti, seppur nella sua umanità egli è come qualcuno che sfida gli dèi, che crede e vuole essere padrone del proprio destino, ma finisce per diventare colui che potenzialmente poteva distruggere la stessa umanità.

Sono tipici in Nolan quegli eroi che, pronti a riscattare l’umanità dalla condizione di formiche, si ritrovano a diventare dei, creatori di armi spaventose, di poteri misteriosi, spesso involontariamente distruttori, colpevoli.

Anche perché sono dei di un mondo ateo, il mondo che Nolan mette in scena è quasi sempre un regno troppo piccolo per le grandezze a cui aspirano i suoi protagonisti, perché rispetto alla terrificante grandezza dell’universo, siamo formiche, eroi romantici persi in una lotta titanica. Sono eroi colpevoli. Colpevoli della colpa primordiale che è la conoscenza, quella che da a tutti noi coscienza e ci permette di pensare, la stessa che ci rende autonomi, ma ci costringe ad ogni passo a dover comprendere e calare nella nostra mente le parole dell’altro, generando incomprensione, incomunicabilità.

Non è un caso che Penelope sia sempre dietro una grata, quando parla, e che solo nei momenti in cui emergono sprazzi di verità tra i personaggi lei parli senza niente che la separi dal suo interlocutore.

È la condizione umana, forse, e Nolan ha intravisto nella scienza e nel suo viaggiare al limite della metafisica la prima spiaggia di approdo di questi eroi trasformati in dei senza volerlo.

Questa premessa, forse lunga per il lettore, apre alla chiave di tutto il resto, nell’Odissea, Nolan trova il suo eroe romantico per eccellenza: Ulisse.

L’eroe Ulisse, non voleva andare in guerra, ma inventa il cavallo di Troia, è contraddittorio, umano. Come promesso, non entreremo nei dettagli del film perché nasconde proprio in questo “trauma” la sua originalità, ma in quel gesto diventa distruttore di mondi, come Robert Oppenheimer. Solo che qui il giovane giocatore non ha più la maglietta larga, gli sta benissimo.

Infatti, il film è un Odissea in tutti i sensi, un capolavoro dal punto di vista cinematografico, che riprende la pellicola e abbandona il digitale, è un film che si risporca le mani con la materia prima di cui è fatto il cinema: realtà e movimento.

Gli effetti speciali sono meravigliosi, senza cgi, rispetto ad altri “Blockbuster” noti per i loro effetti grafici come Avatar, il mare non è bello e luccicante, ma è infinito, spaventoso, emozionante. Solo quelle scene, quei paesaggi crudi, ripresi non in un teatro di posa, ma alla luce del sole, danno il senso di qualcosa che rasenta il sublime Kantiano.

Ecco: Ulisse e il film coincidono, sono romantici, eroi romantici, Nolan ha trovato la sua dimensione epica, sfruttando per l’appunto l’epica stessa. Magari non è ancora riuscito, come Sergio Leone con i suoi spaghetti western, a creare epica e mito da fatti più recenti, più moderni. Ma questo film mostra che Nolan è pronto.

Come tutti i grandi film hollywoodiani il film è anche un’operazione commerciale, il prodotto storico ed economico di un certo tipo di messaggio, in questo caso quello della pace, della comunicazione, di cui abbiamo tanto bisogno.

Lascia qualcosa dentro perché è un film profondamente umano, eroico, e l’Ulisse messo in scena da Nolan non è storicamente perfetto, è lo specchio della nostra umanità, del nostro tempo, e questo lo rende grandioso, travolgente, emozionante.

Perché la mitologia è sempre stata questo: un altro modo di dipingere l’uomo, portandolo ad essere tutt’uno con i paesaggi, i fulmini, gli stormi, il mare. Una formica pronta ad abbracciare l’infinità, dilaniato tra amore e macerie.

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